Un Costo Immorale

«Se nascerai uomo,

spero che tu diventi un uomo

come io l’ho sempre sognato:

dolce coi deboli,

feroce coi prepotenti,

generoso con chi ti vuole bene,

spietato con chi ti comanda»

Oriana Fallaci

Come del resto ha dichiarato pruriginosamente Renato Brunetta, in un intervento pubblico assai disdicevole e purtroppo ancora impunito, il “costo” che bisogna oggigiorno pagare per avere una certa quantità di salute (che qualcuno, secondo i suoi parametri del tutto arbitrari, può reputare sufficiente e bastevole) deve essere un “costo” più che economico: «[Bisogna] aumentare agli opportunisti [cioè a coloro che non vogliono vaccinarsi] il costo della non vaccinazione […] Allora ti fai un tampone. I tamponi sono un costo psichico – fatevi infilare, dentro al naso, fino al cervello [gesto ripetuto più volte, sghignazzando] i cotton fioc lunghi –. È un costo psichico e un costo monetario […] più il costo organizzativo» (Linkontro/Convening. Venezia, JW Marriott, 9-10 settembre 2021). La salute, per quegli “opportunisti” citati nella presente trascrizione, diverrebbe allora tale solo in seguito all’adempimento di un triplice “costo”: in parte psichico (l’oltrepassamento fastidioso di una soglia delicata), certamente economico (15€ ogni 48h fino a data da destinarsi), a tratti organizzativo (ottimizzazione del trattamento rispetto le esigenze lavorative/educative/sociali). Se si vuole essere in salute, per dirla senza troppi giri di parole, bisogna cioè pagarla cara. Ma perché? Che significa: come è potuto accadere che la Legge (in vece del sapere medico) abbia potuto spingersi – senza trovare argini e coscienze vigili – sino al punto di poter normare arbitrariamente le scelte sanitarie degli individui?

Il “costo” di cui qui si parla, così sproporzionato rispetto al godimento semplice di un diritto naturale, è da imporre apparentemente solo ad una minoranza della popolazione. A chi? A quei tali che, come dice beffardamente Brunetta nel convegno sopracitato, sono dei veri e propri “opportunisti”. Vorrei ricordare, – e non di certo a Brunetta, visto che la sua storia (quantomeno) politica ne è un esempio preziosissimo – che “opportunista” è colui il quale cerca spregiudicatamente di ricavare il massimo profitto da una data situazione, anche qualora ciò comportasse un conflitto evidente con la dignità, la morale ed il buon senso. Nella mente infantile di Brunetta il fatto è semplice e lineare: “Se tu non vuoi fare quello che io voglio tu faccia, allora cercherò con ogni mezzo di non farti fare più nulla, o di fartelo fare con estrema difficoltà: così che prima o poi, volente o nolente (e forse dolente!), so che lo farai”. Bisogna però rispondere a questa relazione tanto lineare quanto fasulla con una divagazione più profonda: perché un rappresentante dello Stato può definire “opportunisti” dei cittadini che non fanno altro che muoversi all’interno della più assoluta legalità giuridica? Sarebbe come a dire, fuori da qualunque contesto: la Legge dello Stato permette sì questa determinata cosa, ma il fatto che la si faccia deve essere comunque considerato del tutto immorale, benché non illegale. Ecco: è proprio questo leggerissimo scivolamento di piano – dalla legalità alla moralità –, questa ingerenza impropria dell’una nell’altra, che rende tutto questo assolutamente inaccettabile.

Nel momento in cui si introduceva l’utilizzo della “Certificazione Verde COVID-19” si paragonava questa tessera (in assoluta malafede) ad una innocua patente, per la precisione – persino il costituzionalista Sabino Cassese è caduto apertamente nel tranello – alla patente di guida. A riprova della somiglianza tra le due, si adduceva quella motivazione che diceva come, a ben vedere, non era obbligatorio tout court il possesso della patente, ma lo era solo per coloro che avessero voluto circolare con un veicolo a motore sulle strade pubbliche. Così, dal momento in cui la patente di guida non è effettivamente una limitazione delle libertà (né di chi ce l’ha né di chi non la possiede) e considerato che con essa è possibile fare qualcosa che altrimenti sarebbe precluso, altrettanto dovrebbe accadere con il Green Pass. Per capire la fraudolenza di un ragionamento simile, dobbiamo chiederci: cosa è precluso realmente a chi è sprovvisto di una o dell’altra? Da una parte, coloro che hanno deciso, per un motivo o per l’altro, di non conseguire la patente di guida, non sono privati della libertà di spostarsi in toto, bensì semplicemente dalla possibilità di guidare un autoveicolo. Chi non ha la patente infatti può benissimo prendere un treno, un taxi, fare l’autostop, camminare, financo chiedere un passaggio in auto a qualcuno, etc., poiché, come l’avere una patente di guida non comporta mai l’apparizione di nuovi diritti, così dal non averla non può conseguire in alcun modo nessuna limitazione ulteriore. Cosa accade invece con la tessera del Green Pass? Tanto per cominciare, a differenza della patente (assolutamente facoltativa), essa è pressoché obbligatoria (basti pensare alle sospensioni sul luogo di lavoro per chi ne è sprovvisto). Ed in più, se si volesse rimanere all’interno della medesima metafora, non solo quella persona che ha liberamente (e legalmente) deciso di non avere questa “patente” deve sottostare ai capricci di un servizio di trasporto assolutamente inefficiente e parziale (guasti meccanici, scioperi continui, infrastrutture incomplete, luoghi assolutamente irraggiungibili, etc.), ma è anche costretta a sborsare 15€ di maggiorazione al prezzo ordinario del tal biglietto semplicemente poiché impossibilitata a muoversi in autonomia. Che “patente” è allora quella patente che non dà nulla in più a chi la possiede (dal momento in cui lavoro, svago, educazione dovrebbero far parte aprioristicamente – così almeno dovrebbe prevedere ancora la Costituzione – di una sana vita normale) e tuttavia quelle medesime possibilità le toglie a chi non ce l’ha? Una tessera discriminatoria ma legale, poiché normata dallo Stato contro tutti i suoi cittadini.

Ma allora che cos’è alla fine un “costo” più che economico, un “costo” cioè che non ha prezzo, il “costo” straordinariamente eccessivo oramai del quotidiano? In fin dei conti nient’altro che la libertà. Quello che Renato Brunetta, così come la quasi totalità dei suoi colleghi, non potrà mai arrivare a comprendere, è il fatto che ci siano certe persone che credono che il “costo” più grande, tutto sommato, non sia mai quello economico o quello psichico o quello organizzativo, ma bensì piuttosto quello nell’andare contro i propri ideali, la propria morale, i propri principi. Per queste persone esseri liberi non potrà mai essere un “costo” quantificabile, ma bensì piuttosto la ragione del loro buon vivere.

27 dicembre 2021