Obbligati alla Libertà

Dovere […]

è solo laddove

si sia raggiunta

la libertà

Martin Heidegger

Era «[…] un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, l’avrebbero punito» (George Orwell, 1984). Come si può ben evincere dalla lettura di 1984 – tornato oggigiorno così poco in auge, nonostante le sue premonizioni esatte, da crederlo effettivamente indicativo dell’assurdità dei tempi che viviamo –, il massimo grado di violenza possibile per uno Stato di Diritto, a differenza di quanto si potrebbe a prima vista pensare, non sarebbe tanto il fatto di legiferare in maniera evidentemente anticostituzionale e quindi illegale, bensì piuttosto di sospendere e confondere ogni certezza giuridica in un universo di para-norme sovrapposte, sparse, arbitrarie e in contraddizione (nonché in competizione) tra loro. Lo Stato allora diventa massivamente autoritario non solo quando promulga leggi contrarie ad ogni buon senso e ragionevolezza (sul tipo: «Il Consiglio dei Ministri delibera l’esclusione dalle scuole di tutti gli insegnanti ed alunni nati da genitori di razza ebraica» La Stampa, 3 settembre 1938), ma lo è ancor di più quando pretende di annoverare tra le fonti di produzione di Diritto, per esempio, le opinioni personali dei suoi vari rappresentanti («A Natale non entrate nelle case di chi non è vaccinato» Pier Luigi Lopalco, Corriere della Sera, 18 novembre 2021). Ciò che ne consegue è una confusione deliberatamente messa in opera dall’Istituzione stessa tra la legalità strictu sensu (e ciò che ha effettivamente forza di Legge) e la mera opportunità o preferibilità: “La tal cosa non è di per sé illegale, tuttavia sarebbe preferibile, sarebbe opportuno, etc…”.

Il fatto che non sia più così chiaramente individuabile (o, detto altrimenti, che sia in continua fluttuazione e variazione) il confine che marca nettamente la legalità certa dall’illecito perseguibile comporta altresì, come ha messo bene in luce Giorgio Agamben in un suo intervento pubblico, una fraudolenza giuridicamente insostenibile: infatti, tale indiscernibilità, «È il venir meno di quel principio fondamentale che è la certezza del diritto. Se lo Stato, invece di dare disciplina normativa ad un fenomeno, interviene grazie all’emergenza, sul quel fenomeno ogni 15 giorni o ogni mese, quel fenomeno non risponde più ad un principio di legalità, poiché il principio di legalità consiste nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità» (intervento al convegno degli “Studenti Contro il Greenpass”, 11 novembre 2021, Ca’ Sagredo – Venezia). Questa certezza del diritto non è semplicemente un cavillo giuridico, ma il fondamento stesso di ogni Ordinamento: è il principio cioè secondo il quale «Ogni persona deve essere posta in condizione di valutare e prevedere, in base alle norme generali dell’ordinamento, le conseguenze giuridiche della propria condotta, e che costituisce un valore al quale lo Stato deve necessariamente tendere per garantire la libertà dell’individuo e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge» (Enciclopedia online Treccani). A livello giuridico, cioè, è possibile essere davvero liberi solo a patto di conoscere con assoluta certezza ciò che, in questo stesso Diritto vigente, è concesso o perseguibile (“Cosa posso o non posso fare?”, “Come si comporterà la Legge in conseguenza di questa mia azione?”, “Quanto dureranno queste disposizioni?”, etc.).

L’incertezza odierna del Diritto – cioè il suo essere variabile, fluttuante, arbitrario, sparso, addirittura “preferibile”, etc. – comporta allora, di rovescio, una sola certezza: la completa perdita di libertà (giuridica) degli individui che pretende di normare. Poiché è questo il fatto da rimarcare e su cui insistere continuamente: laddove il Diritto varia in continuazione fluttuano anche irrimediabilmente i diritti individuali che quello stesso Ordinamento dovrebbe mantenere per sua stessa natura (e vocazione) in ordine. Ma se da un lato tutto questo è assolutamente inconcepibile – soprattutto per quel che concerne, ça va sans dire, la fondatezza di uno Stato di Diritto – dall’altra è comunque, paradossalmente, una fervida opportunità: poiché a ben vedere è solo allorquando i diritti giuridici scompaiono che vengono meno anche i doveri ad essi collegati. Ma quali doveri? Esattamente come accade ai diritti sopracitati, sono solo i doveri del cittadino ovviamente a scomparire, non quelli della persona in sé – differenza sostanziale da non dimenticare! –. Ma non è allora solo quando gli uni e gli altri scompaiono che si diviene finalmente liberi di scegliere sia gli uni che gli altri, cioè i propri insindacabili diritti e i propri sacrosanti doveri (verso noi stessi, verso la nostra piccola comunità, etc.)? Dovremo forse abituarci all’essere finalmente obbligati a questa maledetta libertà. Libertà di dover scegliere ciò che è giusto fare rispetto quanto è invece sbagliato, di scindere quello che è davvero necessario (in ambito sociale, economico, etc.) da ciò che è del tutto superfluo. Certo, questo comporta l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze del caso, ma sono tutte responsabilità a cui queste persone, dinnanzi a se stesse e alla propria comunità, sapranno rispondere in piena coscienza.

Solo nel bel mezzo di una distopia quale è quella in cui viviamo si può pensare concretamente ad un possibile scenario utopico da realizzare.

6 gennaio 2022