Modi di Vivere

«Purtroppo finora la morale

s’è presentata ai più fra gli uomini

in una forma più negativa che affermativa»

Giuseppe Mazzini

È solo nel mondo ebraico che si compie, ad un certo punto, una grande scissione: «Per la prima volta in Israele la giustizia, la “legge”, viene sottratta al potere e riposta nella sfera del trascendentale» (P.Prodi, Profezia, Utopia, Democrazia). La giustizia, attraverso questa sottrazione, viene posta altrove rispetto al potere, o quantomeno altrove rispetto a quello che, qualche secolo più tardi, verrà definito “potere temporale”. La vera giustizia insomma, al netto di tutti i soprusi, le tribolazioni, le sofferenze terrene (quantomeno politico-sociali), diventa cioè in ultima istanza una questione che non riguarda più il giudizio degli uomini; in altre parole, essa non è solo posta in un luogo trascendentale, ma altresì trascende completamente le possibilità dell’uomo. Questo shifting sostanziale non solo permette “in giudicato” di avere «Una sede alternativa, rispetto alle sedi del potere politico, per di-scolparsi o per in-colpare» (ibidem; è la questione escatologica del peccato e della loro remissione), ma diviene nondimeno il luogo da cui giudicare liberamente le incongruità di quella stessa giustizia umana troppo spesso arrogante ed impunita. Quello che si rende evidente è, in fondo, il furto conclamato del potere di giudizio dal “potere” al “giudizio”: giudicare la Giustizia, le ingiustizie, i giudizi, etc., secondo quella legge interiore che trascende nondimeno ogni Legge: «– Se ovunque geme un vostro simile, ovunque la dignità della natura umana è violata dalla menzogna o dalla tirannide, voi non foste pronti, potendo, a soccorrere quel meschino o non vi sentiste chiamati, potendo, a combattere per risollevare gli ingannati o gli oppressi – voi tradireste la vostra legge di vita» (G.Mazzini, Dei Doveri dell’Uomo).

È proprio per assecondare questa imprescindibile “legge di vita” che il Diritto, la Legge, le Norme, etc., dovrebbero – nel massimo grado culturale dello sviluppo di ogni buona società – essere prodotti solamente dalla fonte meno autoritaria di ogni ordinamento, cioè quella della “consuetudine” (usus). È poiché cioè si agisce ripetutamente in una tal maniera che si dovrebbe costituire una Legge, mai viceversa. Questo atto, così naturalmente inviso a quello Stato Moderno fondato idealmente non altrove che sulla sudditanza assoluta, se portato ai suoi estremi più colti potrebbe tuttavia comportare una grande acquisizione politica (cioè alla fine nondimeno di ogni “organizzazione politica”): poiché la Legge sarebbe null’altro che il prodotto ultimo di un certo modo di agire condiviso – non un che di calato assiomaticamente nella società, ma il frutto (in continua maturazione) di un certo modo di agire sovra-individuale –, essa diverrebbe allora un che di indissolubilmente legato ad ogni individuo, cioè di intrinseco al buon vivere comunitario. Diverrebbe inoltre una Legge non solo totalmente comprensibile, ma soprattutto vivibile ed auspicabile. Per di più la sua infrazione acquisterebbe tutt’un’altra accezione rispetto quanto si vede accadere nell’ordinamento vigente: un atto illegale non sarebbe più solo l’algida infrazione di un codice, di un articolo, di un comma tra i tanti (passibile – forse – di una qualche punizione), ma piuttosto una contravvenzione dell’ordine naturale delle cose, del buon vivere responsabile ed altresì della nostra fiducia comunitaria.

In fondo, la Legge giusta – ovverosia quella che ci implica in prima persona –, è quella che non si e-legge. È quella, detto in altre parole, che non si può nondimeno eludere (forse ci si può voltare dall’altra parte, ma non si può di certo ignorare quella rabbia viscerale che monta davanti ad un sopruso perpetuato ingiustamente dal potere nei confronti di chicchessia). Nell’ordinamento vigente, dove ha valore unicamente l’interpretazione della legge per sé e la rigida applicazione per gli altri, prevale ovviamente una certa intermittenza nel perseguimento della norma – ciò che non mi conviene fare (sotto qualsiasi punto di vista) cerco in tutti i modi (più o meno consentiti) di non farlo –; nella Legge fondata invece sulla consuetudine non è possibile in alcun modo scavalcare i precetti che essa declama, poiché questo sarebbe un calpestio anzitutto dei nostri modi di vivere. La buona Legge allora non dovrebbe mai modificare alcunché della nostra vita (come fa un’imposizione, una regola o un imperativo categorico), ma bensì essere piuttosto il frutto più buono del nostro miglior modo di vivere. «Una legge d’aggregazione governa i minerali […]. Svilupparvi, agire, vivere secondo la vostra legge, è il primo, anzi unico vostro Dovere» (G.Mazzini, Dei Doveri dell’Uomo). La Legge potrebbe allora anche essere dura e granitica, ma solo a patto d’essere anche lucente e preziosa come una pietra rara.

12 febbraio 2022