Abitati dall’Utopia


Si guarda al presente
perché il suo grembo è fecondo
di energie che lo distruggeranno,
o invece di forze,
intrinseche al suo sistema,
e in certo modo “solidali” con esso,
che condurranno,
se “liberate”,
a superarne lacerazioni e ingiustizie?
Massimo Cacciari

Che la pratica della Giustizia sia percorsa oggigiorno da una fortissima arbitrarietà, ebbene questo è il grande tema attualizzato come mai prima d’ora dal presente. Intendo dire che, come dovrebbe oramai risultare a tutti evidente, le categorie basilari che fondano qualsivoglia ordinamento giuridico nonché sociale (la netta divisione tra “bene” e “male”, tra “buono” e “cattivo”, tra “giusto” e “ingiusto”, tra ciò che va “premiato” e quanto invece è “reato”, etc.) si sono oggigiorno, in questo nuovissimo modo di intendere il Diritto, del tutto relativizzate – basti pensare alle spregiudicate discriminazioni subite di questi tempi, del tutto ingiustamente, da una parte della popolazione italiana: non sarebbero state, sino a l’altro ieri, ritenute tali e quindi aborrite? Le linee di demarcazione tra le categorie sopracitate, quindi, oscillano grandemente nel corso del tempo –. Ma perché? E qual è questo nuovo modo di intendere la Legge, i “diritti”, le Istituzioni? La novità giuridica più rilevante, nuova quantomeno nel mondo Occidentale, è la seguente: i “diritti” individuali si sono ridotti ad essere null’altro che fugaci momenti di premialità elargiti dallo Stato al cittadino, ma solo in conseguenza all’accettazione e all’adempimento, da parte di quest’ultimo, di gravose imposizioni e limitazioni sul piano personale e sociale (si pensi, ultimo solo in ordine di tempo, al D.L. n°1 / 2022). Non so se si capisce fino in fondo l’illegittimità sociale di un simile capovolgimento: un Ordinamento che subordina tutti i diritti (compresi quelli fondamentali, inalienabili, naturali) all’adempimento di certi doveri (che per giunta non trovano alcun riscontro né nella ragionevolezza pratica né nel perseguimento del benessere dei singoli o della collettività tutta), non può più definirsi tecnicamente tale, poiché non sta tutelando – senza un fine ulteriore a quello della tutela stessa – la libertà integrale dell’individuo.

Una forma certamente utopica della Giustizia – e utopica anzitutto lo è poiché assolutamente “giusta” e sempre “corretta” nel dirimere qualsivoglia contesa – è quella ipotizzata da Molière nella conclusione della sua commedia Il Tartufo. Come si concretizza questa Giustizia non altrimenti che giusta? «Noi viviamo sotto un Principe nemico della frode, un Principe i cui occhi sanno leggere in tutti i cuori e che tutta l’arte degli impostori non riuscirà mai a ingannare. Il suo grande animo è fornito di un così sottile discernimento da portar sempre sulle cose il più retto giudizio; nulla mai riesce a sorprendere la sua buona fede, e il suo fermo senso sa guardarsi da ogni eccesso» (atto V, scena VII). È solo grazie a questi “occhi” onniscienti – diametralmente opposti a quelli, meramente onnipresenti, degli apparecchi digitali che ci circondano – che ogni Giustizia potrebbe essere finalmente null’altro che completamente “giusta”, poiché nulla, in questo discernimento assoluto e fedele, riuscirebbe ad essere travisato o falsificato. Sarebbero cioè “occhi”, questi, capaci di vedere il senso profondo delle cose (“Perché il tale ha commesso quel delitto?”), più che le cose stesse (“Il tale è un omicida”).

A questo modo “giusto” di intendere la Giustizia si potrebbe contrapporre quello meramente “penale” (e quindi penoso) tuttora vigente nel nostro Ordinamento, predetto nei suoi risvolti più autoritari da George Orwell nel suo romanzo 1984. L’abominevole invenzione autoritaria istituita dal Grande Fratello, che si contrappone perfettamente all’idea molieriana sopra esposta, è lo psicoreato: la possibilità cioè di essere puniti non per quello che si è fatto o si è detto, ma per quello che si è anche solo pensato. Non è più questione di capire chi sia nel giusto e chi dalla parte del torto, bensì di trovare un torto – a costo di forzare ogni porta, ogni pertugio, ogni segreto – in ciascuno di noi: «Dalla nascita alla morte ogni membro del Partito vive sotto l’occhio della Psicopolizia. […] I continui arresti […] non sono inflitti per punire delitti effettivamente commessi, ma per spazzare via persone che forse, in un futuro imprecisato, potrebbero commettere un crimine». Da una parte allora una Giustizia utopica che opera solo a fin di bene, cioè per amor del vero e contro ogni senso di ingiustizia: è onnisciente nella misura in cui, qualora venga interpellata, può conoscere e sapere ogni antefatto del caso e giudicare pertanto rettamente ogni contenzioso (il Buon Padre). Dall’altra, invece, un Tribunale distopico che mira esclusivamente alla repressione di colpe virtuali con punizioni preventive fuori misura: è onnipotente nella misura in cui pone, a prescindere, tutta la società sotto il suo controllo autoritario e pervasivo (un Padre Padrone).

Ma dove porre allora una Giustizia in fin dei conti possibile? Dove trovare cioè un equilibrio tra “bene” e “male”, utopia e distopia, colpa e pena, responsabilità e giudizio, etc.? Che dire in fin dei conti di tutti questi luoghi antipodali, che rischiano ogni volta di interferire l’un l’altro, sovrapporsi o scambiarsi infine di posto? Che è necessario, vista l’assoluta impossibilità a realizzare una Giustizia utopica del primo tipo – e considerata nondimeno l’urgenza di scongiurare l’instaurarsi di un Tribunale perenne e tirannico come nella seconda ipotesi – dare più rilievo a quel giudice imparziale che abita dentro di noi: chi è difatti il miglior guardiano, il colpevole più sincero, il tribunale più severo, il giudice più giusto, etc., che quello in noi stessi? «Bisogna forse che il giudice e l’innocente si confondano, cioè che gli esseri vengano giudicati dall’interno» (G.Deleuze, F.Guattari, Che Cos’è la Filosofia?). In un mondo che tende sempre maggiormente alla deriva distopica dobbiamo allenare, con tutte le nostre forze e con tutta la nostra intelligenza, la nostra splendida utopia che ci abita. A dispetto cioè della sovrabbondante malafede, nell’estrema confusione odierna di valori, categorie giuridiche, Leggi, etc., solo in noi stessi possiamo ancora trovare con buona certezza il punto esatto in cui porre la linea di demarcazione tra “bene” e “male”, “buono” e “cattivo”, “giusto” e “sbagliato”.

15 gennaio 2022