Come si Cura una Salute Sana?

«Eh, caro Signore,

dice un Dottore, nel suo studio, al paziente –

per aumentare l’aspettativa di vita

è necessario prima di tutto dimezzarla»

(vignetta satirica)

Come si può ben dedurre da quel che dice Argante in apertura del primo atto della commedia di cui è il protagonista, mentre passa in rassegna le fatture assai salate del suo speziale, la salute è diventata, in quanto bene di consumo – e pertanto, come ho già messo in luce altrove, soggetta alle leggi economico-capitalistiche del mercato (possesso, svendita, fluttuazione di valore, investimenti, etc.) – assai “cara”. Per questo è necessario, in barba ad ogni logica fisiologica, accumularne sempre in maggior quantità, cercando di accantonarne il surplus per i giorni di penuria e far fruttare certi sintomi piuttosto che altri. Bisogna allora, in quest’ottica perversa, “investire” sulla salute aumentandone i capitali: «Dunque, in questo mese, io ho preso: una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto medicine; e uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici lavativi; e l’altro mese, c’erano dodici medicine e venti lavativi. Non mi meraviglio se non sto più così bene, questo mese, come l’altro» (corsivo mio. Molière, Il Malato Immaginario). Il costo tangibile della malattia (il sentirsi debilitati, il provare dolore, essere costretti a letto, etc.), è stato soppiantato – del tutto paradossalmente – dal “prezzo” da pagare per un po’ di quella “salute” che tuttavia già avremmo. Ma qual è questo “prezzo”, questo “costo”?

Fa sorridere l’ingenuità dell’ipocondriaco Argante! Persino la sua domestica Tonietta – che, come tutti i servi, risulta essere ideologicamente più libera del suo padrone – lo incalza più volte circa i suoi presunti malanni («Ma, signore, mettetevi la mano sulla coscienza: siete proprio malato?» I, scena V; oppure «[I vostri dottori] hanno una buona vacca da mungere, e mi piacerebbe proprio domandargli che male avete, da fare tante ricette» I, scena II). Argante crede infatti che la salute sia sempre una medicina più in là, che il benessere non possa prescindere dalla cura continuativa di qualcosa (e non importa mai di cosa): il Dottore infatti «Dice che io morirei, se egli rimanesse soltanto tre giorni senza curarmi» (III, scena III). È evidente il ribaltamento assoluto avvenuto qui al concetto di salute: non è più la malattia, qualora sopravvenga manifestamente a disturbare l’equilibrio dell’organismo, che deve essere estirpata; è piuttosto oramai la “salute” che deve essere continuativamente curata. Ma quanto si deve essere malati, alla fin fine, per mettersi a curare persino la salute? Di certo il comportamento di Argante ci fa sorridere. Ma quanto riderebbe invece egli di gioia nel sentire la storia di quei “malati asintomatici” che oramai siamo tutti diventati? Non è proprio questa in fondo la realizzazione di tutta la sua Commedia, la riprova (malata!) che tutte le sue inutili cure (perché prive di scopo) avevano in realtà un senso (ancorché perverso)? La malattia per antonomasia dei nostri giorni è certamente quella di cercare ovunque i sintomi di un male ostinatamente assente anche a costo di minare realmente la nostra salute.

Quando il 10 febbraio del 1673, alla corte del Re Luigi XIV, venne per la prima volta messo in scena Il Malato Immaginario di Molière, nessuno si sarebbe potuto aspettare che i fatti lì narrati – in forma di farsa e di commedia – sarebbero stati un giorno la rappresentazione più realistica dell’uomo occidentale. L’uomo odierno, forse ancora senza rendersene conto, è l’Argante di cui ride. Uomo fragilissimo, deciso a lasciarsi defraudare di tutti i suoi diritti (e quelli dei suoi figli, dei suoi anziani, etc.) a patto che gli si paventi una manciata di giorni in più di vita. Ma vita, in fondo, per far cosa? Vita che, in un clima di paura generalizzata, non può più semplicemente essere vissuta, ma solamente utilizzata per attendere eternamente un’altra vita. Ma che vita è una “vita” di tal natura?

20 dicembre 2021